Ricordi?

Ricordo la prima volta che ho visto il cielo. Non lo dico tanto per dire, non intendo lo sguardo che dai per vedere se è nuvoloso o se c’è un aereo che gli cammina sopra. Intendo quello sguardo che dai con attenzione per cercar di capirne di più. Cosa nascondeva quel infinito telo azzurro sopra le nostre teste? Era l’estate del 2008, se non erro, e mi trovavo in vacanza con i miei genitori in Francia. Non ho un bel ricordo di quella vacanza: troppi castelli che non volevo vedere e molta, davvero tanta, voglia di andare al mare. Ma non centra, ero piccola; sotto certi aspetti sono ancora piccola. Ma, ripeto, non centra. Ricordo in particolare quel momento e mi è rimasto impresso nella mente. Ho guardato in alto e ho visto le nuvole muoversi. Sembravano soffice zucchero filato, ricoperto da zucchero a velo e con l’odore della vaniglia. Amo la vaniglia. Le fissavo, immobile, mentre loro se ne andavano spinte dal vento. E mi sono stupita. E sono rimasta affascinata. In 11 anni era la prima volta che osservavo il cielo con serietà. Stupida. Mi sono sempre chiesta come mai non l’avessi fatto prima. E sono rimasta li, a fissare le nuvole spostarsi. Perché scrivere di tutto questo? Perché, dopo 5 anni, ripenso a quel ricordo? Non so, non ci avete mai fatto caso alle vostre azioni, a quello che fate e perché lo fate? Io, al momento, sono quella che si stupisce ancora nel vedere una luna piena o una soffice nuvola all’orizzonte durante un lungo viaggio. Affascinata da qualcosa di apparentemente vicino. Mi ritrovo dopo 5 anni a chiedermi: cosa son i ricordi? Perché ricordi? Forse ho trovato una risposta, ma non ne sono sicura. In fin dai conti, non è esattamente la domanda da fare all’1.03 di domenica. E allora, cosa sono i ricordi? Forse sono momenti impiantati nel cervello. Ci sei tu che rendi i tuoi occhi lucidi: osservi un punto fisso e vedi momenti passati. Magari passati da un minuto, magari passati da 5 anni. Immagini, rumori, sapori, odori. I ricordi sono quei frammenti vitali che ci rendono quel che siamo - ciao, sono C.M. e sogno il cielo dal 2008 -. C’è un motivo, c’è una spiegazione a qualsiasi cosa. C’è una spiegazione al mio modo di dormire, sempre con i dorsi delle mani appoggiati a qualcosa - colpa di un incubo che feci alle elementari -. C’è una spiegazione alla solarità di una persona o al cinismo di un’altra. C’è una spiegazione perfino alle cose più brutte. Siamo organismi formati da esperienze passate, di vita vissuta. Siamo la formazione di quel che ci è successo in passato, sia di ciò che affiora più facilmente alla memoria, sia di ciò che è finito nell’oblio. Non è troppo difficile capire il perché di noi stessi. Basta un ricordo.

Se mi facessi osservare dalla luna per un istante ancora?

http://www.youtube.com/watch?v=b6cmqS9OPxU

Al momento sono seduta sul cornicione di un tetto. No, non è vero, o almeno non fisicamente; soffro di vertigini, non potrei mai. Sono troppo realista per lasciar spazio alla mia fantasia, ma un motivo c’è. Una cosa per volta. Facciamo finta, farò finta. Solo per questa volta.
Cerco di sostituire lo spazio e il tempo reale – questa sedia, questa scrivania, questo sole – con il cornicione di un tetto e la luna.
La luna. Così candida e silenziosa, eppure riesco a sentirla. Ogni notte che lei c’è, io mi sento viva. E’ la linfa vitale del mio alter ego.
Al momento, in questo buio nella mia mente la luna è crescente, ma io la aspetto piena e lei è impaziente di essere osservata. Da me. Sa che la osservo, li su quel tetto, rimanendo sveglia mentre la città dorme. Per me è naturale osservarla e riflettere. Su cosa? Su cose. Per lei è naturale riflettere per essere osservata. Parallelismo. Eppure al momento non mi trovo seduta sul cornicione per questo. Non solo per questo. Mi ci trovo per fuggire dalla realtà che mi opprime. E’ l’unico sprazzo di fantasia che riesco a controllare poiché se fosse poco, anche solo una goccia in più , rischierebbe di inghiottirmi. Lo fa spesso, nel senso, mi inghiottisce spesso. Mi porta con se tra il surreale e la magia, tra oggetti che fluttuano e ore interminabili ed è meraviglioso, è la mia droga e mi ci tuffo a capofitto. Mi faccio di fantasia una volta al mese ma in ogni caso, devo poi tornare alla realtà, e li, a quel punto quando l’astinenza è troppo forte e il dolore diventa insopportabile, ripeto a me stessa che quella era l’ultima volta. Ovviamente come ogni drogato, non smetto. Basilare. Per questo, per questo gli lascio poca libertà. Solo il cornicione di un tetto e la luna. La mia luna.
In questa giornata di fantasia, so di trovarmi al settimo piano di un palazzo qualsiasi in una città qualsiasi: forse Roma, forse Praga; dipende da l’umore e al momento non ne ho uno. Strano, vero? Dico, non avere un umore, sembra assurdo non trovate? È come prepararsi un panino per poi lasciarlo sul mobile senza mangiarlo. L’aggettivo per definirlo credo sia proprio “strano”. Ritornando a noi, beh, quel quarto di luna non illumina abbastanza da permettermi di capire in che città mi trovo. Nessuna città, nessuna emozione. Strano.
E’ notte e fa freddo, ma non è sicuramente una delle prime cose che noto quando mi trovo qui. Forse perché sto particolarmente bene al freddo. Le mie mani sono comunque congelate, immobili e attaccate al cornicione color smog. Chiudo per un attimo gli occhi e sento una leggera brezza, eppure tagliente, che mi graffia il viso.
Amo questo posto; è il mio posto. Qui l’unica a decidere sono io, quindi faccio la scelta più ovvia cacciando le fobie che mi opprimono quando vivo. Le vertigini scompaiono e sento la luna che potenzia questa parte di me. Manco fossi Sailor Moon. Potrei alzarmi in piedi e saltare e librare con le foglie e il vento e la mezza luce della mia mezza luna. Ma se lo facessi, vorrebbe dire lasciare uno spazio alla fantasia troppo ampio e non posso, non posso farlo. Non è il momento: se la fantasia mi inghiottisse quest’oggi, con una luna non abbastanza luminosa da farmi vedere dove andare e il mio strano non-umore, rischierei di schiantarmi contro un palazzo, o un albero, o peggio contro la luna stessa. Strano. Luna crescente, nessuna emozione, nessuna città e un semi-buio confuso. No, oggi non mi farò inghiottire. Mi piacerebbe, l’astinenza è forte, ma non lo farò. Aspetto la luna piena così da poter vedere meglio dove mi trovo. No, oggi non mi farò inghiottire. Sempre strano.

take some courage and jump.

take some courage and jump.

elisewin rigby.: elisewin - ventidue - it was the night.

cemetriesoflondon:



ogni tanto mi guardo le mani. è un gesto automatico che faccio un paio di volte al giorno. mi fermo due secondi, sull’autobus o in qualsiasi altro luogo pubblico o privato, e mi guardo le mani. non so perchè lo faccio. è una specie di tic, credo.

hai presente il volo? ok, no. non puoi…

andreapoggioli:


se vi dicessi che Ardie è un colletto bianco pensereste subito che sono di parte. Ardie si è laureato per il rotto della cuffia e ora è un uomo sulla quarantina che ha raggiunto tutti gli obiettivi impostegli dal buon senso, un gesto questo che gli ha permesso di avere una casa con dentro una moglie, con dentro una figlia che odia il fratello. per intenderci, quando si fa primavera ad Ardie piace trascorrere interi pomeriggi dentro l’emporio del Signor P. che ha fama di essere uno dei più forniti della città. lì Ardie riesce a trovare quasi tutti i ricambi necessari a ristrutturare il suo gazebo di legno che ogni inverno viene ridotto ad un colabrodo dalla violenza dei venti freddi che soffiano da nord. di certo Ardie non perderebbe così tanto tempo dietro ad uno stupido gazebo di legno se questo non fosse uno dei luoghi più piacevoli dove lasciarsi scaldare dal sole d’Aprile. seduto sulla sdraio Ardie fruga tra i suoi ricordi dando un voto alla sua vita: pensa intensamente agli anni del liceo, a quando Phill, il suo compagno di banco, si chiuse la mano nella porta dell’aula di chimica e alla faccia che fece quando bestemmiò per la prima volta in vita sua. fu un momento tragico, è vero, ma ben presto quasi tutti i presenti riuscirono a riderne di gusto. i vertici laterali della bocca di Ardie si inarcano leggermente, prima in basso per il dolore di non poter più dirsi giovane come una volta poi in alto per la gioia di poter godere ancora di certi ricordi. Ardie sente rumore di passi. è Sofia, sua moglie.  - “Perché ridi? La cena è pronta, dai che fredda fa schifo”.  il tono delle sue pretese è un film muto.
2
 Ardie crede che Lena stia crescendo bene nonostante le cattive amicizie. ha poche passioni, è magrissima e i suoi capelli presentano stasera delle ciocche rosa che la fanno sembrare una bambolina di plastica. Jordan, suo fratello, questo lo sa e non si lascia sfuggire l’occasione di farglielo notare con dei commenti poco sofisticati.  J) – Sei brutta.   L) – Stronzo.  il polpettone di Sofia ha il vizio di essere commestibile solo se accompagnato da abbondanti quantità di salsa, Jordan se lo passa in bocca come fosse una gomma americana e lo manda giù con un bicchiere d’acqua. dopo il quarto boccone Jordan è pieno d’acqua e non ha più fame. è giallino in volto perché non esce quasi mai, preferisce starsene a casa a fare cosa non si sa. non ha ancora l’età per masturbarsi quindi Ardie lo immagina nella sua piccola stanzetta intento a progettare una macchina del tempo che lo renderà, senza troppo sforzo, ricco e incredibilmente famoso. a quel punto Ardie potrebbe sequestrargli la macchina del tempo, perché anche se Jordan è un inventore geniale è sempre un bambino ed è comunque suo figlio. questa macchina del tempo lo riporterebbe al giorno in cui Sofia ha imparato a fare il polpettone. Ardie sta di nuovo sorridendo e Sofia lo nota, sta per riprenderlo quando sceglie di ricordargli che domani dovrà trascorrere il suo unico giorno libero mettendo in ordine la soffitta e facendo sia una cernita delle cose da buttare sia una cernita delle cose da tenere. Sofia dentro di sé spera che le cose da buttare siano sempre di più delle cose da tenere, quella soffitta è diventata un ricettacolo di acari assassini che ritiene potrebbe essere sfruttata meglio.  - “Allora? Ti ricordi?” insiste Sofia. Ardie, colto sovrappensiero, la guarda interrogativo. - “La soffitta. Va liberata, ti ricordi?” - “Si, mi ricordo. Domattina, domattina faccio tutto” - “Non fartelo ripetere. Entro domani sera deve essere libera” - “Entro domani sera” ripete Ardie assente.  - “Cerca di capire bene cosa può e deve rimanere lì dentro, quella soffitta è piena d’immondizia e…e voi basta con quei calci!”  Lena e Jordan congelano le proprie sommosse fratricide per guardare la madre dal volto paonazzo. i loro sguardi da vittime di guerra sembrano proprio dire “ma-mmamma!”. Ardie non li sente bisticciare, preferisce di gran lunga pensare alla soffitta e a tutte le cose che lì sopra troverà. 
3
 
“Ardieee! Cos’è questo rumore?”. è mattino e la voce di Sofia squarcia il beato silenzio di una domenica di riposo. Ardie sta tentando di aprire la porta della soffitta forzandola con una picca recuperata nella casetta degli attrezzi, in giardino. Ardie sente sua moglie borbottare al piano di sotto. un rivolo di sudore gli attraversa le tempie, prontamente lo tampona con la manica della camicia. questo frangente gli ricorda molto quel film in cui c’è il protagonista che deve scassinare delle proprietà abbandonate per portarci gli amici a fare festa. purtroppo non gli riesce di ricordare il titolo. un sonoro “clack” porta con sé la buona novella: la porta è aperta. come previsto l’assenza di chiavi non ha rappresentato un particolare problema per Ardie che ora viene subito invaso da un intenso odore di legno marcio. d’istinto ritrae il viso per lasciare abituare il naso al cattivo odore. per fortuna la lampadina appesa al soffitto obliquo è ancora funzionante anche se sembra sul punto di lasciarci per sempre. in soffitta il disordine regna sovrano: uno sopra l’altro, sotto la finestra che da sul tetto, ci sono una quantità considerevole di scatoloni pieni zeppi di qualsiasi cosa, dai giocattoli di Lena fino ai manuali universitari di Sofia. “Economia del Benessere” recita uno di questi. Ardie ci soffia sopra per liberarlo dalla polvere, un piccolo insetto millepiedi scappa da quella prigione di vecchie pagine. Ardie lo schiaccia con la suola del mocassino e nota in un angolo dei vecchi mobili ammassati che formano un enorme golem di legno. adora questo genere di antiquariato! l’umidità ha invaso il legno, l’ha rovinato in più punti creando venature su tutta la superficie. Ardie pensa che ci sono cose che restano immobili per decenni e nonostante il loro immobilismo riescono a sopravvivere a tanti uomini e a tante vite. Ardie pensa alla qualità e alla quantità dell’esistenza. un luccichio lo distrae. proviene da un vecchissimo specchio che riflette a malapena la fioca luce che riesce ad entrare dall’unica finestra presente. con una sforzo immane Ardie riesce a sollevare la piccola scrivania che blocca il passaggio dello specchio lungo il muro. una volta preso, con estrema cautela, lo avvicina alla finestra e con il palmo della mano lo accarezza come un cucciolo, rivelando ben presto uno spettacolo che ad Ardie piace subito un sacco: lo specchio non è più grande di un foglio A4, probabilmente un oggetto da toilette, come quelli che una volta le signore utilizzavano per truccarsi il viso. la qualità del vetro, per lungo tempo minacciata da polvere e spigoli, è comunque buona. la cornice è di legno intagliato e pregevolmente laccata d’oro. Ardie si avvicina per studiarne i particolari e nota con stupore che quella intagliata nel legno è la storia di un uomo e del suo cane, cresciuti insieme e poi divisi dalla tristezza della guerra mondiale. l’espressione di Ardie d’improvviso cambia quando nel riflesso dello specchio vede passare dietro di se un’ombra scura. repentinamente si volta, ma niente e nessuno sembra esserci dietro di lui. rimane voltato, immobile e in silenzio per una manciata di secondi per permettere ai battiti del suo cuore di rallentare gradualmente. torna a fissare lo specchio che ora però riflette qualcosa di strano. è lui, è Ardie quello nello specchio, ma sembra avere dei particolari che lo rendono differente dall’originale. Ardie si porta una mano alla bocca per verificare il responso del riflesso. no, è quasi sicuro. quelli non sono i suoi baffi. non porta i baffi dai tempi dell’università, quando avere peli sulla faccia era una qualche forma di ribellione. ma allora perché l’Ardie riflesso sembra proprio portare quegli stessi baffi universitari? Ardie ora è scioccato non tanto per il fattore baffi ma quanto per la realtà che si sta mano mano venendo a creare dietro l’Ardie riflesso. Non è più in soffitta, ma è in quello che giurerebbe essere il salotto, al piano di sotto. l’Ardie reale guarda la sua versione riflessa come fosse di fronte al televisore. così osserva se stesso dirigersi prima in cucina, poi verso la veranda, poi diritto in giardino in direzione del gazebo di legno. il cielo è rosato sopra casa sua, il tramonto invece è ancora un disco di luce. l’Ardie riflesso si accomoda sulla sdraio e accanto a questa, poggiato su un tavolino, c’è un vecchio tomo che sembra appartenere a quelle antiche enciclopedie che tanto aveva a cuore suo padre. la copertina, rilegata in pelle, ha un titolo che entrambi gli Ardie leggono ad alta voce:
- “Quello specchio riflette tutt’altra casa”. PS: la foto in alto è un dipinto di Terry Rodgers, un’artista che adoro. quando l’ho visto ho pensato subito ad un’espressione che viene spesso attribuita agli scatti di Cartier-Bresson, il quale aveva il dono di “trasformare il quotidiano in una permanenza che non appassisce”. 

andreapoggioli:

se vi dicessi che Ardie è un colletto bianco pensereste subito che sono di parte. Ardie si è laureato per il rotto della cuffia e ora è un uomo sulla quarantina che ha raggiunto tutti gli obiettivi impostegli dal buon senso, un gesto questo che gli ha permesso di avere una casa con dentro una moglie, con dentro una figlia che odia il fratello. per intenderci, quando si fa primavera ad Ardie piace trascorrere interi pomeriggi dentro l’emporio del Signor P. che ha fama di essere uno dei più forniti della città. lì Ardie riesce a trovare quasi tutti i ricambi necessari a ristrutturare il suo gazebo di legno che ogni inverno viene ridotto ad un colabrodo dalla violenza dei venti freddi che soffiano da nord. di certo Ardie non perderebbe così tanto tempo dietro ad uno stupido gazebo di legno se questo non fosse uno dei luoghi più piacevoli dove lasciarsi scaldare dal sole d’Aprile. seduto sulla sdraio Ardie fruga tra i suoi ricordi dando un voto alla sua vita: pensa intensamente agli anni del liceo, a quando Phill, il suo compagno di banco, si chiuse la mano nella porta dell’aula di chimica e alla faccia che fece quando bestemmiò per la prima volta in vita sua. fu un momento tragico, è vero, ma ben presto quasi tutti i presenti riuscirono a riderne di gusto. i vertici laterali della bocca di Ardie si inarcano leggermente, prima in basso per il dolore di non poter più dirsi giovane come una volta poi in alto per la gioia di poter godere ancora di certi ricordi. Ardie sente rumore di passi. è Sofia, sua moglie.
- “Perché ridi? La cena è pronta, dai che fredda fa schifo”.
il tono delle sue pretese è un film muto.

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Ardie crede che Lena stia crescendo bene nonostante le cattive amicizie. ha poche passioni, è magrissima e i suoi capelli presentano stasera delle ciocche rosa che la fanno sembrare una bambolina di plastica. Jordan, suo fratello, questo lo sa e non si lascia sfuggire l’occasione di farglielo notare con dei commenti poco sofisticati.

J) – Sei brutta. 
L) – Stronzo.

il polpettone di Sofia ha il vizio di essere commestibile solo se accompagnato da abbondanti quantità di salsa, Jordan se lo passa in bocca come fosse una gomma americana e lo manda giù con un bicchiere d’acqua. dopo il quarto boccone Jordan è pieno d’acqua e non ha più fame. è giallino in volto perché non esce quasi mai, preferisce starsene a casa a fare cosa non si sa. non ha ancora l’età per masturbarsi quindi Ardie lo immagina nella sua piccola stanzetta intento a progettare una macchina del tempo che lo renderà, senza troppo sforzo, ricco e incredibilmente famoso. a quel punto Ardie potrebbe sequestrargli la macchina del tempo, perché anche se Jordan è un inventore geniale è sempre un bambino ed è comunque suo figlio. questa macchina del tempo lo riporterebbe al giorno in cui Sofia ha imparato a fare il polpettone. Ardie sta di nuovo sorridendo e Sofia lo nota, sta per riprenderlo quando sceglie di ricordargli che domani dovrà trascorrere il suo unico giorno libero mettendo in ordine la soffitta e facendo sia una cernita delle cose da buttare sia una cernita delle cose da tenere. Sofia dentro di sé spera che le cose da buttare siano sempre di più delle cose da tenere, quella soffitta è diventata un ricettacolo di acari assassini che ritiene potrebbe essere sfruttata meglio.
- “Allora? Ti ricordi?” insiste Sofia. Ardie, colto sovrappensiero, la guarda interrogativo.
- “La soffitta. Va liberata, ti ricordi?”
- “Si, mi ricordo. Domattina, domattina faccio tutto”
- “Non fartelo ripetere. Entro domani sera deve essere libera”
- “Entro domani sera” ripete Ardie assente.
- “Cerca di capire bene cosa può e deve rimanere lì dentro, quella soffitta è piena d’immondizia e…e voi basta con quei calci!”
Lena e Jordan congelano le proprie sommosse fratricide per guardare la madre dal volto paonazzo. i loro sguardi da vittime di guerra sembrano proprio dire “ma-mmamma!”. Ardie non li sente bisticciare, preferisce di gran lunga pensare alla soffitta e a tutte le cose che lì sopra troverà. 

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“Ardieee! Cos’è questo rumore?”.
è mattino e la voce di Sofia squarcia il beato silenzio di una domenica di riposo. Ardie sta tentando di aprire la porta della soffitta forzandola con una picca recuperata nella casetta degli attrezzi, in giardino. Ardie sente sua moglie borbottare al piano di sotto. un rivolo di sudore gli attraversa le tempie, prontamente lo tampona con la manica della camicia. questo frangente gli ricorda molto quel film in cui c’è il protagonista che deve scassinare delle proprietà abbandonate per portarci gli amici a fare festa. purtroppo non gli riesce di ricordare il titolo. un sonoro “clack” porta con sé la buona novella: la porta è aperta. come previsto l’assenza di chiavi non ha rappresentato un particolare problema per Ardie che ora viene subito invaso da un intenso odore di legno marcio. d’istinto ritrae il viso per lasciare abituare il naso al cattivo odore. per fortuna la lampadina appesa al soffitto obliquo è ancora funzionante anche se sembra sul punto di lasciarci per sempre. in soffitta il disordine regna sovrano: uno sopra l’altro, sotto la finestra che da sul tetto, ci sono una quantità considerevole di scatoloni pieni zeppi di qualsiasi cosa, dai giocattoli di Lena fino ai manuali universitari di Sofia. “Economia del Benessere” recita uno di questi. Ardie ci soffia sopra per liberarlo dalla polvere, un piccolo insetto millepiedi scappa da quella prigione di vecchie pagine. Ardie lo schiaccia con la suola del mocassino e nota in un angolo dei vecchi mobili ammassati che formano un enorme golem di legno. adora questo genere di antiquariato! l’umidità ha invaso il legno, l’ha rovinato in più punti creando venature su tutta la superficie. Ardie pensa che ci sono cose che restano immobili per decenni e nonostante il loro immobilismo riescono a sopravvivere a tanti uomini e a tante vite. Ardie pensa alla qualità e alla quantità dell’esistenza. un luccichio lo distrae. proviene da un vecchissimo specchio che riflette a malapena la fioca luce che riesce ad entrare dall’unica finestra presente. con una sforzo immane Ardie riesce a sollevare la piccola scrivania che blocca il passaggio dello specchio lungo il muro. una volta preso, con estrema cautela, lo avvicina alla finestra e con il palmo della mano lo accarezza come un cucciolo, rivelando ben presto uno spettacolo che ad Ardie piace subito un sacco: lo specchio non è più grande di un foglio A4, probabilmente un oggetto da toilette, come quelli che una volta le signore utilizzavano per truccarsi il viso. la qualità del vetro, per lungo tempo minacciata da polvere e spigoli, è comunque buona. la cornice è di legno intagliato e pregevolmente laccata d’oro. Ardie si avvicina per studiarne i particolari e nota con stupore che quella intagliata nel legno è la storia di un uomo e del suo cane, cresciuti insieme e poi divisi dalla tristezza della guerra mondiale. l’espressione di Ardie d’improvviso cambia quando nel riflesso dello specchio vede passare dietro di se un’ombra scura. repentinamente si volta, ma niente e nessuno sembra esserci dietro di lui. rimane voltato, immobile e in silenzio per una manciata di secondi per permettere ai battiti del suo cuore di rallentare gradualmente. torna a fissare lo specchio che ora però riflette qualcosa di strano. è lui, è Ardie quello nello specchio, ma sembra avere dei particolari che lo rendono differente dall’originale. Ardie si porta una mano alla bocca per verificare il responso del riflesso. no, è quasi sicuro. quelli non sono i suoi baffi. non porta i baffi dai tempi dell’università, quando avere peli sulla faccia era una qualche forma di ribellione. ma allora perché l’Ardie riflesso sembra proprio portare quegli stessi baffi universitari? Ardie ora è scioccato non tanto per il fattore baffi ma quanto per la realtà che si sta mano mano venendo a creare dietro l’Ardie riflesso. Non è più in soffitta, ma è in quello che giurerebbe essere il salotto, al piano di sotto. l’Ardie reale guarda la sua versione riflessa come fosse di fronte al televisore. così osserva se stesso dirigersi prima in cucina, poi verso la veranda, poi diritto in giardino in direzione del gazebo di legno. il cielo è rosato sopra casa sua, il tramonto invece è ancora un disco di luce. l’Ardie riflesso si accomoda sulla sdraio e accanto a questa, poggiato su un tavolino, c’è un vecchio tomo che sembra appartenere a quelle antiche enciclopedie che tanto aveva a cuore suo padre. la copertina, rilegata in pelle, ha un titolo che entrambi gli Ardie leggono ad alta voce:

- “Quello specchio riflette tutt’altra casa”. 


PS: la foto in alto è un dipinto di Terry Rodgers, un’artista che adoro. quando l’ho visto ho pensato subito ad un’espressione che viene spesso attribuita agli scatti di Cartier-Bresson, il quale aveva il dono di “trasformare il quotidiano in una permanenza che non appassisce”. 

never let me go.

Florence + The Machine - Never Let Me Go: http://www.youtube.com/watch?v=zMBTvuUlm98&ob=av2n 

ancora tre ore.
suona la prima campana della mattinata e non faccio nulla: non seguo la lezione e cazzeggio con la mia vicina di banco. lezione? l’ultimo giorno di scuola? si, ma tanto non la seguo. nella distrazione e nelle chiacchiere un urlo della prof mi riporta al silenzio. sto zitta per un po’ e penso. “mi mancherà tutto questo… mi mancherà?” si, forse. no. non lo so. forse non proprio questo. sicuramente non mi mancherà l’urlo calabrese arricchito da “H” della prof di diritto. questo no, questo m’accompagnerà sempre. non le “H” dell’accento calabrese, ma le urla dei prof. quelle le trovi ovunque. mi mancherà il non fare nulla con qualcuno. non fare nulla e divertirti e sapere che va tutto bene quando in realtà nulla va davvero bene. ma quando non fai nulla, non fai nulla e non pensi. poi ti metti a ridere quando in realtà vorresti piangere. passi le ultime tre ore a struggerti perché sta tutto per finire, ma allora, perché non vivi?
tutto brucia intorno a te: non piangere, scappa.
recupera tutto quel che di più importante hai e fuggi via. non stai scappando per una tua scelta, il fuoco te lo impone e non puoi rimanere li. non puoi e non vuoi: è una questione morale. te ne stai andando mentre gli altri restano tre le fiamme. “andranno a fuoco” pensi, invece le fiamme le vedi solo tu. sei l’unico a scappare. cosa ti è rimasto? cosa sei riuscito a salvare? qualche lettera e un paio di ricordi. tutto qui? tutto qui.
suona la campana e finisce la prima ora. ero persa nei miei pensieri. addio prof, non mi mancherà, lo ammetto.
continuo a non fare nulla, solo, con altre persone. arriva la prof di matematica, tutti zitti, lei è malvagia. indossa il nero come una seconda pelle, ogni singolo giorno dell’anno. ci odia, ma a volte sorride. ed è in quei casi che mi preoccupo seriamente. adesso non posso parlare e inizio a pensare. “ok, questa interroga l’ultimo giorno di scuola. è matta, l’ho sempre detto. ho fame. dio mio, mi si stanno chiudendo gli occhi. mi prude il naso. ma che capelli ha la prof? boh, vorrei solo dormire. tra poco finisce tutto. e poi? e poi boh”.
suona la campana. il tempo è volato sia quest’ora come durante il resto dell’anno. torno a far nulla con le persone di prima. loro si che mi mancheranno. quando arriva il prof di motorie capisco che manca poco, sempre meno. un’ora e finisce tutto. iniziamo a fare nulla tutti insieme. non pensiamo al futuro e nemmeno quello che accadrà da qui a 50 minuti. 45, 40, 30, 20, 5, 0, suona la campana. è tutto finito.
davvero? si. no, spero di no. però si.
tutto brucia e io scappo verso una meta ancora da stabilire, da stabilizzare. traballa mentre cerco di mantenerla in linea col percorso. tutto brucia e voi no. nemmeno io, ma il nulla mi mancherà poiché durante l’anno non m’è mancato nulla.

About a song.

Sono a scuola. Si chiacchiera durante la lezione. La prof col nasone ci guarda male, ma noi continuiamo a chiacchierare, con abbastanza menefreghismo.

“hai mai pianto per una canzone?”

“si, una volta. ero al concerto della mia band preferita. uno di quei concerti che non sai mai come andrà a finire.”

“ed è finito bene?”

“fammi parlare! si, è finito bene. infatti ho pianto.”

“ma, perché hai pianto? cioè, è una cosa stupida, non credi?”

“no, per niente. stare li, tra le persone che hai conosciuto grazie a loro ad ascoltare quella canzone che vi ha uniti tutti… non credi sia stupendo?”

“boh…”

Poi 5 secondi di silenzio.

“tu l’hai mai fatto?”

“cosa?”

“piangere per una canzone” 

“no..”

“allora zitto.” 

http://www.youtube.com/watch?v=z6427CL7r54&feature=share

Una cosa per volta: Una cosa per volta - 6 - La cortissima storia di X

unacosapervolta:

- questa bolla gonfiabile è stata progettata per non far entrare e uscire niente…

- Davvero? E lui si diverte lì dentro? Come si chiama?

- X.

- Ah. Che bel nome.

E i 2 ricercatori rimangono immobili a guardarmi nuotare nel niente di questa bolla gigante gonfiabile. Così grande e assurda. Da…

ci conosciamo da tanto. forse troppo. anzi no.

siamo amiche da così tanto tempo che amiche ormai non basta più. siamo qualcosa di unito, che non puoi dividere. siamo come due cariche, positiva e negativa: siamo diverse, siamo due cariche opposte che si attraggono, e stiamo talmente tanto tempo vicine che diventiamo simili, troppo simili. adesso siamo uguali: siamo due cariche positive e siamo troppo uguali per stare vicine. quindi ci allontaniamo l’una dall’altra per tanto tempo da ritornare diverse; diverse e unite. ed è un circolo vizioso, succede e basta. siamo troppo diverse per stare distanti e troppo simili per stare vicine. siamo qualcosa di indefinito che dura da molto tempo. molto, non troppo. non è mai troppo; non è mai abbastanza. compensiamo pianti e risate l’una dell’altra e non ci stanchiamo mai. eppure abbiamo costantemente paura di perderci. sono spaventata quanto te, che ti conosco così bene. Stay with me, look at me, take some courage and jump. salta, e io lo farò con te. buttati da questo burrone e mi troverai al tuo fianco, mentre precipitiamo verso il nulla. oppure sarò li sotto a prenderti non appena toccherai terra. siamo unite e se soffri tu, soffro pure io. quindi non soffrire. se piangi, piango con te. quindi non piangere. se ridi, è perché ti ho appena detto una di quelle cazzate ma proprio pesanti, e penserai che sono una cogliona; ma ammettilo, non puoi far a meno di pensarlo. hai bisogno di me come io di te. ed è così da molto tempo. quasi troppo. solo “quasi”, però.

Hand in hand, walking to his wane. il suo declino? no, camminiamo mano nella mano verso il nostro declino. siamo in sabbie mobili bastarde che vogliono farci crollare. ci salviamo l’una con l’altra. e per salvare te, sprofondo io. e per salvare me sprofondi tu. però ci salviamo. ce la facciamo. perché siamo così: o tutte e due o nessuna.
I’ve just looked for something that could be my distraction. sei tu la mia distrazione principale. lo sei da anni e io lo sono per te. capito come funziona? siamo due insiemi complementari: tu i numeri pari e io i numeri dispari. insieme siamo tutto. qualcosa di infinito e indefinito. Only a weird story about me and you, perché siamo strane, perché siamo diverse, perché siamo mostri che entrano l’una nel cervello dell’altra per dagli un solo comando: abbracciami.

Turning Tables.

Tutto ciò che ho si trova sul pavimento. Io pure, seduta a terra. Non so che fare. Dovrei alzarmi ma è troppo difficile. La forza di gravità è aumentata insieme alle tue urla. Più gridi, più io mi abbasso. Scendo verso il buio. Litighi con me che non ti ascolto. Sempre stati tanto vicini fisicamente, eppure talmente lontani. Su tutto ciò che dicevo, tu avevi da ridire. Tu eri perfetto ai tuoi occhi: tutto ciò che usciva dalla tua bocca era giusto, era perfetto. Gli altri avevano torto sempre e comunque. Umile e te ne vanti. Allora non è umiltà. Cosa credi di avermi lasciato? Il ricordo non è dei migliori. E sono troppo buona per darti la stessa cosa. Eppure mi sono stancata. Il pavimento è freddo e vorrei potermi alzare. Ti rispondo, ho ragione; ma mi fai uno sgambetto e ritorno a terra. Ladro, questo è barare. Sono stufa del modo in cui giri le carte. Non sei perfetto, non sei nessuno, non sei dio e mai lo sarai. Sei un uomo comune capace a rigirarsi le carte a proprio piacimento. Sono la tua “Barbie inganno” con cui giochi e mi manipoli. Cambi discorso non appena diventa pericoloso per la tua bravura da truffatore. Per cosa stiamo litigando non si sa. Sempre da terra ti osservo. Mi manca il respiro, devo alzarmi. Ti evito e scappo e tu mi riprendi e continuo a provarci ma è troppo forte la gravità. Allontanati, potresti farmi del male. L’ultima volta m’hai ferita, adesso basta. Trovo il coraggio, un ultima volta, di rialzarmi. Devo. Divento come te per 5 secondi, ti inganno e scappo. Ritorno me stessa e mi sento come Wonder Woman: sono stata appena salvata dall’oblio e sono stata io stessa a farlo. Ti ho superato, mi distraggo un attimo e *sbam*: m’hai colpita. Sto sanguinando. Ritorno a terra, un’ultima volta. Mi manca il respiro, ancora. Non posso dirti di restare ma nemmeno di andartene. Tu che fai? Te ne vai e mi lasci da sola tra le mie cose ormai in frantumi. Vetri rotti, tutto a terra di fianco a me. Te ne sei andato e non tornerai, o almeno spero. Non accadrà ancora, non di nuovo. Non posso permettermi altri bicchieri rotti. Ancora sanguino, ma mi sento libera. Libera dalla forza di gravità che mi opprimeva. Mi sentivo schiacciata come tra due uomini grassi su di un aereo, col pensiero che se avessero preso due posti a testa invece che uno sarebbe stato meglio. Più o meno così mi sentivo. Ora uno dei due ciccioni se ne è andato. Quello sei tu, l’altro sono i vetri rotti e i ricordi che piano piano, un passo dopo l’altro, se ne andranno col fiatone.

Una cosa per volta: Una cosa per volta - 5 - La storia della nuvola-tetto

unacosapervolta:

Ascoltate questa mentre leggete. Non vi darà fastidio.

http://www.youtube.com/watch?v=mtsqLj9tniE

- E’ come un girotondo. Sai come funziona?

Mio nonno adora farmi esempi strani per spiegarmi le cose.

- Come un girotondo che non finisce mai. Sai, quando ti porto alle giostre e tu vuoi salire…